denise bonapace

Fashion designer, progettista, consulente, docente. Piccolo magico viaggio nel mondo corpo-abito di Denise Bonapace tra natura, sostenibilità e scoperta

Ho conosciuto personalmente Denise Bonapace qualche anno fa, in occasione di Pitti Uomo a Firenze. Non posso nascondere che, a prima vista, questa donna raccoglieva un’aura particolarissima intorno a sè. Guardava le cose in un modo curioso, toccava i tessuti e spostava gli oggetti con un’innata armonia. Intorno a lei tutto diventava movimento.
Ricordo ancora i momenti in cui scattava delle foto informali per i social. Ci metteva un attimo a disporre i soggetti, sceglieva l’inquadratura e via. In un attimo riusciva a cogliere una prospettiva sempre diversa dal comune.
Sicuramente questo tipo di sensibilità artistica esplode nella sua interpretazione della moda e nelle sue mille creazioni, ma posso assicurarvi che ci si innamora anche dei suoi contenuti social, da quelli più “studiati” a quelli del tutto spontanei e veloci, di vita quotidiana.


Chi è Denise Bonapace

Non ha bisogno di molte presentazioni, ma ricordiamo, riprendendo Interno Italiano:

Denise è una designer di moda, consulente per aziende di settore e produttrice di una sua collezione di maglieria. La sua attività di progettista la vede realizzatrice di installazioni e opere artistiche esposte in diversi spazi museali tra i quali la Triennale di Milano, Stazione Leopolda di Firenze, Palazzo Reale di Milano, Gam di Genova. Progetta laboratori per adulti e bambini e dal 2006 svolge attività di docente, tenendo corsi di knitwear design presso Politecnico di Milano, Fashion Institute of Technology, NABA di Milano.

denise bonapace

Il rapporto corpo-abito

Denise abita in mezzo al verde, respira verde e indossa quel verde. E non è soltanto una metafora, lei lo fa davvero. Va alla ricerca delle foglie, dei rami e di tutto ciò che la natura le offre, poi assembla ed ecco creato un costume con delle foglie di fico, oppure bellissimi maglioni con un orlo a dir poco selvatico.

Il rapporto tra abito e corpo è il principale oggetto dei suoi studi e delle sue creazioni. Il corpo non è altro che un supporto per la comunicazione degli abiti, mentre l’abito è “una protesi relazionale che diventa protesi del corpo“. Sembra un legame indissolubile ma anche suscettibile. E tutto ciò rende il lavoro della progettista ancora più intrigante, imprevedibile, irrinunciabile. Non si tratta solo di una ricerca esteriore. Io, personalmente, percepisco moltissima introspezione, un’introspezione a tratti nostalgica, a tratti futurista. Il mondo di Denise è una sorta di magia, dove tutto può assumere significati terzi e contrastanti. Insomma, Denise è sicuramente una donna bellissima, ma soprattutto una professionista in grado di creare, raccontare, stupire, innovare.

L’intervista:

Ho chiesto a Denise dell’infinità di progetti artistici portati avanti in questi anni. Le ho chiesto quanto fosse cambiata la sua visione corpo-moda-spazio negli ultimi 5 anni e cosa avesse scoperto. Lei risponde:

Continua la mia ricerca e la sperimentazione attorno al rapporto tra la persona, l’abito e l’abitare, ma sempre più spesso, attraverso uno stretto approccio e legame col “presente”, inteso come momento caratterizzato da questioni sociali, culturali, ambientali ed economiche di un determinato periodo storico. La parola “Progettare” è composta da due elementi: “pro” – “gettare”, ossia “lanciare, avanti”, proposte per il futuro, quindi per progettare, dobbiamo per prima cosa sapere “dove siamo”. Il designer, quindi, non si occupa solo di abiti o di oggetti, ma anche delle persone che lo abitano, e che abitano il loro tempo, il loro ambiente, la loro cultura e la loro società.


I tuoi progetti artistici sono suggestivi a partire dal nome. Come avviene il processo di creazione del progetto, come si sviluppa nella tua mente? È qualcosa di razionale o impulsivo? Guidaci per mano nel tuo mondo.

L’idea di progetto, nasce sempre da un’esigenza, da un momento di incertezza, dubbio, paura o felicità, qualcosa di destabilizzante nel bene o nel male, che ti porta a voler indagare per trovare una soluzione o iniziare a tracciare al suo interno un sentiero esplorativo.

Il titolo è molto importante: arriva come un fulmine, una folgorazione, ed è -se fatto bene – l’anima e la sintesi perfetta, l’acume massimo del progetto stesso.


Hai affrontato sempre temi molto forti ed attuali, senza paura di schierarti. Amiamo, per esempio, il progetto “Please Sit”, con le sue sottili sfumature di significati e con i tessuti che parlano di accoglienza, in quella che tu stessa hai definito come “sartoria migrante”. Quali sono stati i feedback relativi a questo progetto?

Le migrazioni, erano il tema centrale del progetto “Please Sit”, e la relativa integrazione attraverso il saper fare. Le abilità delle persone sono una grande ricchezza, e hanno sempre valore: possiamo continuare
ad imparare e scambiarci conoscenze all’infinito. Il più grande risultato è stato quello di sapere che alcuni artigiani con i quali abbiamo collaborato, hanno creato loro stessi dei laboratori di recupero tra vecchi mobili e nuove tappezzerie: un’ibridazione di culture, saper fare e temi scottanti della contemporaneità, come il recupero, la sostenibilità ambientale e le migrazioni umane!

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Tra i progetti che ci hanno colpito maggiormente c’è anche Wearable Homes. Pensi che siamo diventati troppo materialisti, che non riusciamo a staccarci dagli oggetti che amiamo? Oppure cerchiamo di ricompensare le nostre mancanze odierne con legami fisici alle “cose”?

Wearable homes si chiede che cos’è una casa, se serve davvero una casa, e istiga a riconoscerla nell’essenziale, in ciò che ci è basilare, e che per abitudine occidentale releghiamo in oggetti, che pur sempre rimangono portatori simbolici di affetti e paure ataviche, per riconoscerne i significati, e forse, riuscire, un giorno, a liberarcene…


Passiamo a Label, che hai realizzato nel 2015, con il quello che è il rifiuto per antonomasia del mondo tessile: le etichette. In che misura pensi di essere riuscita a toccare con mano e a diffondere la sensibilizzazione ai temi del recupero in questi anni?

La sostenibilità ha sempre fatto parte della mia vita. Fin da piccola, con mia madre in Trentino, se camminando nel bosco trovavamo una cartaccia, la raccoglievamo per buttarla nei cassonetti. Vedevo la mia nonna, che lavorava a maglia, e quando un maglione ci veniva piccolo, lo disfaceva e lo rifaceva con lo stesso filo ma di qualche taglia più grande. Tutto faceva parte di un circolo attorno a me, e così ho continuato.
Continuo ad aggiungere piccole gocce che parlano di sostenibilità nell’immenso oceano di tutti gli ambiti che vivo, da quello privato a quello professionale…con inarrestabile costanza…

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Meraviglioso uno dei tuoi ultimissimi progetti: ABITARIO. L’abito che non porta la classica etichetta ma addirittura un passaporto, ricco di informazioni sulla provenienza, la lavorazione e il progetto, oltre a spazi ancora da riempire. L’unicità dei capi è legata al rapporto abito – abitare che da anni trasformi in arte?

ABITARIO è il mio ultimo progetto: sono uscita dalla dimensione individuale e ho creato un collettivo di donne di generazioni diverse (le “maestre”, donne con grande esperienza lavorativa nell’ambito
delle tecniche manuali, e giovani neo laureate in fashion design) che insieme progettano e realizzano capi artigianali di maglieria attraverso un percorso di ricerca che applica le tecniche tradizionali in maniera sperimentale: un ritorno alle “mani” per ricercare libertà di sperimentazione!
La prima collezione di ABITARIO ha messo al centro il recupero di maglie usate: occuparsi di moda oggi, vuol dire anche prendersi carico dell’esubero di “rifiuto tessile” presente e riportarlo “in vita“ : così, la collezione “RicamaRipara” propone capi unici, poetici e onirici, ognuno con il proprio passato e la propria personalità, recuperati attraverso l’uso di tecniche di ricamo, rammendo e applicazione tessile. Chi indossa un capo di ABITARIO non affronta passivamente quello che gli viene proposto, ma desidera che ogni abito lo valorizzi in quanto individuo unico e speciale: ecco perché le classiche taglie S,M, L, vengono sostituite dalle misure in centimetri, in modo tale che la scelta dei capi avvenga prendendo in considerazione prima di tutto la propria personalità, portamento, e modo d’essere.
I capi non hanno un’etichetta, ma un vero e proprio passaporto, che informa sulla sua provenienza, tipologia di lavorazione, nome, ecc…
Tutto il processo insomma, dà valore a chi realizza il capo, chi lo indosserà ed al capo stesso: tutti partecipano ed hanno valore unico e prezioso!

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Come vivi il rapporto con la nudità? Pensi che senza un abito ci sentiremmo persi? Quanto è abito la nostra stessa pelle?

Il corpo esiste in sè, ha un valore legato al mondo naturale, e attraverso la sua pelle parla: nei, rughe, consistenza, macchie, tatuaggi raccontano la sua vita. Ma un corpo acquisisce valore culturale e sociale unicamente quando viene vestito…anche solo con una piuma che lo copre o lo scopre.


Qualche spoiler per noi? Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sì, la nuova collezione ABITARIO!


So che è difficile scegliere ma, a questo punto, sono curiosa di sapere a quale progetto sei più affezionata e perché.

In effetti sono tutti figli prediletti: tutti sono stati indispensabili e fondamentali alla mia lenta e ancora incompiuta crescita e realizzazione personale.
Quando inizio un nuovo progetto, dico senza pensarci che lavoro “alla mie cose”, come stessi parlando di mestruazioni! La dice lunga sul metodo progettuale femminile, sulla sua visceralità, ricettività e circolarità: totalmente sostenibile!


Ringraziamo Denise per averci concesso un po’ del suo tempo, per averci raccontato di più sui suoi particolarissimi progetti e per averci accompagnato per mano nel suo mondo, che poi è anche il nostro. Non abbiamo avuto modo di approfondire tutte le meravigliose creazioni dell’ARTISTA, quindi passate dal suo sito e godetevi semplicemente lo spettacolo.

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