Vetements

Progettazione rapida, location improbabili e una fortissima componente critica: ecco come Vetements, combattendo il sistema, è diventato cult

Memento audere semper” esortava D’Annunzio, dando vita ad un aforisma che si sarebbe affermato nella memoria collettiva come pochi altri. D’altronde, la storia sembra confermarci che gli audaci abbiano molte più possibilità di diventare leggende. In ambito artistico, poi, osare è quasi un imperativo: pensiamo a Van Gogh, a Picasso, al movimento surrealista, al Bauhaus. Questi riferimenti non sono casuali: se Vetements si definisce un collettivo di design ancor prima che un marchio, un motivo ci sarà. Già il nome scelto per il brand, traduzione francese del vago termine «abiti», la dice lunga sul taglio tanto essenzialista quanto concettuale del progetto. Non a caso, “Being down to earth is the new black” è uno degli slogan più celebri del fondatore Demna Gvasalia. Quindi, per fare tendenza oggi serve prima di tutto un approccio pragmatico ed etico. Come ha fatto un brand che celebra l’utilità, l’ecosostenibilità, la semplicità a scalare i vertici del mondo della moda, settore per antonomasia del superfluo e dell’effimero?

Ciò che (non) sappiamo sul collettivo Vetements

Se in passato la moda puntava a realizzare un sogno, adesso è assolutamente necessario possedere del pragmatismo per essere onesti

Così afferma convinto Demna Gvasalia, direttore del collettivo e fondatore del brand Vetements. Minando, con un colpo solo, secoli di tradizione di haute couture e buona parte della propria esperienza formativa e lavorativa. Quando parliamo di Vetements parliamo soprattutto di Demna, unico, insieme al fratello Guram, ad «averci messo la faccia»: l’identità degli altri cinque membri del collettivo è tutt’oggi un mistero. Ma possiamo farci un’idea: i sette talenti si sono incontrati niente poco di meno che alla Haute Couture Maison Margiela, leader mondiale del settore in fatto di avanguardia e decostruttivismo.


Chi è Demna Gvasalia, il fondatore di Vetements

Come molti piccoli e grandi rivoluzionari, Demna Gvasalia ha un trascorso da vero outsider. Nato in Georgia nell’81, è costretto a fuggire a soli 12 anni a causa della violenta guerra civile che devasta il Paese e, dopo aver trascorso un periodo da girovago, si stabilisce in Germania. L’infanzia trascorsa sotto il regime sovietico sarà materiale fertile per l’elaborazione del suo manifesto. Infatti, Demna di quel periodo ricorda soprattutto la totale ignoranza in fatto di moda, la povertà, e il fatto che lui e i suoi amici indossassero sempre gli stessi vestiti.

Trasferitosi in Belgio, nel 2006 si laurea alla Royal Academy of Fine Arts di Antwerp. Nulla a che vedere con la vocazione: Demna dichiara senza peli sulla lingua che si trattava dell’unica scuola che potesse permettersi. Fatto sta che il ragazzo ha la stoffa: a partire dal 2009 collabora prima con la Maison Martin Margiela, poi con Louis Vuitton, e solo nel 2014 raggiunge Parigi e fonda Vetements. Dall’anno successivo, Demna subentra ad Alexander Wang in qualità di creative director del brand Balenciaga.


L’ideologia di Vetements: molto più che «vestiti»

Parola d’ordine: decostruzione. Dalle simmetrie alle armonie, dalle passerelle alle location. Nello streetwear di Vetements regnano l’oversize simil-dozzinale e un sostanziale e autentico spirito gipsy. Persino il processo creativo si svolge in poltrona e si conclude entro pochi minuti, “venti al massimo per ogni capo”, assicura Demna. Lontano anni luce dalla raffinatezza dei brand parigini, Vetements incarna molto più il mondo contemporaneo, sciatto, ribelle e dall’ironia tagliente come una lama.

Il grande nemico, neanche a dirlo, è il dio denaro: “il pezzo di carta che controlla tutta la tua vita”, come recitano alcune t-shirt del brand. Ecco che nel mirino del collettivo ci finiscono quasi tutti: grandi aziende, uomini d’affari, forze dell’ordine, slogan presi in prestito dalla comunicazione di massa. In poche parole: sfarzi e sprechi di ogni settore commerciale. Compreso quello della moda, ovviamente.

Sul banco d’accusa di Vetements, insomma, finiscono tutte quelle istituzioni postmoderne che millantano rispettabilità e che invece sono amare incarnazioni del nulla assoluto. L’idea non è creare follie, ma qualcosa di reale: “The most important thing is: do we really believe in it or not?”. Come ogni avanguardia, questa furia distruzionista possiede una componente sarcastica e corrosiva, oltre che una generale democratizzazione della moda e della tendenza. Ad esempio, ricordiamo le sfilate organizzate nel sex club Le Dépot (AW 15-16) e nella Cattedrale Americana di Parigi (AW 16-17). Ancora, la passerella di Vetements nel maestoso museo d’arte moderna Pompidou (AW 17-18), e l’ultimissima collezione presentata nel McDonalds sugli Champs Élysées (SS 2020).

A questo punto, è già evidente che il movimento di Vetements, sebbene anarchico e sfrontato – tongue-in-cheeck, come viene definito – non manchi di nuove proposte alternative ed eticamente accetabili. In poche parole: il brand, sin dalla sua nascita, dimostra di possedere ansia di rinnovamento e fiducia nell’avvenire. Agli spettacoli sfarzosi e dannosi per l’ambiente, viene contrapposta una sfilata a luci spente, in cui si chiede al pubblico di utilizzare la torcia del proprio cellulare. Alle top model belle e impossibili, Vetements contrappone giovani modelle scelte su Instagram e ragazzi assoldati in mezzo alla strada. Non si tratta di sciatteria: alla base di queste scelte c’è una forte esigenza di autenticità e di aderenza al mondo reale.

La sfilata a luci spente di Vetements per la FW 20-21

Anche per questo motivo, Vetements vanta numerose collab con molti brand di streetwear (ricordiamo almeno quelle con Dr. Martens, Levi’s, Champions e Reebok). Non mancano, però, sodalizi ancora più originali, come la Vetements x Star Wars lanciata lo scorso dicembre. Oppure l’ultimissima collab annunciata pochi giorni fa con Evian, azienda produttrice di bottiglie d’acqua in plastica riciclabile.

90's Jacket Vetements
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Felpa Anarchy Vetements
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