Paky: Recensione, il rapper "in tuta" ascoltato da un trentenne

Da Secondigliano fino a Rozzano. Un’infanzia complicata: Paky è il nuovo Massimo Pericolo? Ecco la nostra recensione matura

Ne salta fuori uno al giorno. Sarà che è il genere del momento, sarà che il canto e la produzione musicale sono skills che passano in secondo piano, ma la realtà è che ogni settimana siamo qua, a commentare l’ennesimo rapper/trapper che ha fatto incetta di visualizzazioni Youtube. Dopo la FSK, Ora è la volta di Paky, abbreviazione di Pakartas, nome d’arte di non si sa chi. Impossibile nemmeno dare un’anagrafica precisa, ma azzardiamo un range: 18-23 anni. Oggi come oggi nessun disco all’attivo, solo qualche scheggia lanciata su Youtube e caterve di views. Siete pronti per la recensione di Paky, ascoltato da un trentenne?



Un beat intrigante (“Rozzi”)

Il primo video in rotazione è “Rozzi”, oltre 6 milioni di visualizzazioni alla data dell’8 gennaio 2020. Dev’essere una bomba, penso, un inno generazionale. Dopo un incipit criptico arriva lui, Paky. Tuta del Napoli Calcio, faccia e ciuffo da strafottente e sigaretta impugnata come fa chi si crede Dio. Va bè. Tutto attorno gang in posa cattiva, palazzoni in rovina e motorini a go go remember anni ‘90. Il beat a dire il vero colpisce. Un po’ dub step, un po’ afro e un po’ Manu Chao. La realtà è che ipnotico al punto giusto e quindi apprezzabile.

Viaggio dal sud senza ritorno

Per un trentenne come me, che l’unico Paky che conosce è il cane del vicino, è difficile inquadrare immediatamente il contenuto del testo. “Rozzi”? Il significato al titolo lo riesce a dare solo una rilettura veloce sul web della storia del rapper. “Rozzi” sta per “Rozzano”, hinterland milanese. Da solo non ci sarei mai arrivato, lo ammetto. A quanto pare è una dichiarazione d’amore per il paese, tra disagio giovanile e quartieri popolari. “Rozzi, sì, giro a Rozzi. No, non mi muovi fra’ da Rozzi, sì giro a Rozzi” è il ritornello in loop che entra facilmente nelle orecchie. E suona strano, soprattutto se la storia del ragazzo parla di un’infanzia passata tra i quartieri di Secondigliano e Fuorigrotta. Capacità d’adattamento eloquente, anche nell’accento.

Non solo droga e sfarzo

Ma c’è anche un altro dato che mi sorprende. A suo modo questo testo è un testo di denuncia. Quindi poca dicotomia autoreferenziale tra droga e luxury, come in voga in questi tempi. Solo disagio. Nelle parole, nelle espressioni, nella voce. Già, la voce. Leggendo qua e là si notano esperti della materia rivedere un nuovo Achille Lauro. Si può solo confermare, anche se la speranza è che segua più la via di Massimo Pericolo (per chi non lo sapesse, tra le promesse trap del 2019). Giudicheranno i posteri e la sua assenza a Sanremo.



Violenza latente (“Tuta Black”)

Dopo il viaggio per le impervie vie di Rozzano passo al secondo video. “Tuta Black”, scritta con Shiva e prodotta (ancora) da Kermit. Il video si apre con una Lancia Ypsilon che viene ribaltata. Ci si sente grandi così a volte, oltraggiando una povera vettura che aspettava solo il momento di diventare auto storica. Eppure dal testo sembra che Paky e la sua gang abbiano già passato un’esistenza degna del bel Renè Vallanzasca, persi tra bossoli, glock e nemici uniti contro di loro.

La dittatura della tuta

Il video scorre in modo abbastanza dimenticabile, il contenuto va riletto più volte. Di certo, così come nell’episodio precedente, vi è un’esaltazione ideologica della tuta, non tanto come indumento in sé, ma come segno distintivo verso gli appartenenti allo stesso filone musicale, ma dal background culturale diverso, più votato alla ricchezza, allo sfarzo ostentato. “Mai preso un’Air Force nera”, “Non mi serve un’Audi bianca”. Si passa dall’esaltazione del lusso al rifiuto, per poi rinchiudersi nelle rassicuranti braccia della periferia meneghina (“Giro ancora a piedi dentro la mia city”).



Il primo video, le prime visualizzazioni (“Tutti i miei frà”)

Stesso concetto ribadito anche nel terzo episodio della nuova saga firmata Paky, “Tutti i miei frà”. Si parte con “Sono Tutankhamon con la tuta in camo”, pistole a profusione, strada che diventa casa e gang che diventa famiglia. Poi cattiveria, strafottenza, violenza e orgoglio popolare. Questo a quanto pare è stato il video che ha scalato per primo le classifiche a suon di visualizzazioni, me ne accorgo troppo tardi. Una sorta di genesi del fenomeno che ha conquistato Rozzano e dintorni, ma non aveva conquistato me.



Il pezzo più riuscito (“Non scherzare”)

Ma non finisce qua Paky: Recensione del rapper ascoltato da un trentenne. Perché il guaglione sembra aver all’attivo anche un quarto singolo, meno ascoltato ma pur sempre in grande rotazione su Youtube e Spotify. E, lo dico quasi schiaffeggiandomi, forse è l’episodio più bello dell’ascesa del rapper napoletano trapiantato al nord. Si chiama “Non scherzare” e racconta un’infanzia complicata, tra fame, lacrime e parenti scomparsi, probabilmente proprio nel modo che state immaginando. Il video black & white è sicuramente l’episodio visuale più riuscito e la chiosa della seconda strofa riesce addirittura a far accapponar la pelle: “Mia sorella non ha più un papà, sono io il papà e non so farlo”. Non l’avrei mai detto, ma questo Paky, questo pischello dalla faccia da strafottente che scopro chiamarsi Vincenzo Mattera, forse può trasformarsi in qualcosa di grosso. Bonne chance.

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