La trap italiana e Bret Easton Ellis sono (quasi) la stessa cosa

Continuate pure a snobbarla, ma la trap esprime lo stesso disagio degli scrittori del Brat Pack. Che vi piaccia o meno, tra Bret Easton Ellis e la Dark Polo Gang il passo è breve

Chiediamo a voi, amanti del rock, magari quello alternativo, del pop da camera, intimista, del cantautorato oppure del jazz, della musica classica, di qualsivoglia genere musicale che presuppone un minimo di Cultura, generale, sonora o compositiva. Chiediamo a voi, che in un modo o nell’altro avete le stesse paturnie iconiche di chi scrive, sospese tra idealismo musicale e scetticismo capitalista. Chiediamo a voi, aspettandoci di veder restituita onestà intellettuale. Cosa ne pensate del rap? Del rap di oggi intendiamo, non della old school hip hop o del rap degli albori, ma di quel fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano trap, così diverso nella forma e nelle intenzioni dai suoi precursori. Così dannatamente moderno. Così maledettamente specchio dei tempi che corrono.

Generazione (dis)illusa

Perché è opportuno chiarire una cosa: la trap italiana non è un fenomeno di passaggio. E nemmeno è piombato nelle nostre vite all’improvviso, anzi. La trap è figlia di una gestazione decennale, prima inconsciamente ignorata, poi altezzosamente accantonata. Fin che la radiofonia e le piattaforme on demand non le hanno consegnato lo scettro che merita tutt’ora. Oggi non sono il pop o il rock a dettare legge nelle classifiche, bensì i Ghali, gli Sfera Ebbasta, le Dark Polo Gang, gli Achille Lauro. Con buona pace dei cultori della buona musica. Che poi “buona musica” è un concetto tanto soggettivo che anche i beat computerizzati e i testi asintattici della trap potrebbero appartenervi. Chiedete ai ragazzi di oggi, all’illusione che ne traggono dall’ascolto.

Il marchio, il brand come biglietto da visita, l’abito giusto nel momento giusto, l’apparire eretto a postulato necessario.

Perché illusione forse è il vocabolo centrale di tutta questa faccenda. La Storia ce la riconsegna ciclicamente, delineando i sogni e le sconfitte di ogni generazione. Qui declinata in illusione del benessere, di essere quello che non possiamo essere, di raggiungere uno status che per natura o condizione sociale non ci appartiene. Il marchio, il brand come biglietto da visita, l’abito giusto nel momento giusto, l’apparire eretto a postulato necessario. Il benpensante si ritrae, schifato da questa retorica poco francescana e molto borderline. Poi succede che a tal illusione qualcuno inizia a dare forma, artistica o meno a seconda dei gusti, ma poco importa. Nascono movimenti, sotterranei, tacciati come culturalmente riprovevoli e capita che da pochi reietti dimenticati ci si ritrova in un’armata nazionale.

E’ in questo momento che forse l’illusione diventa megafono e ci costringe a fare un grosso punto della situazione. Sicuramente è atteggiamento facile e paraculo, si perdoni il francesismo, pontificare dalle agiate mura di casa su quanto sia primitivo e sconcio il linguaggio dei maggiori artisti trap. Più complicato forse l’esercizio di comprensione dei motivi scatenanti, perché coinvolge il nostro ruolo di educati ed educanti. Per capire la trap bisognerebbe scendere in strada e sviscerare il presente. E come spesso succede, in questa faticosa ricerca, è il pregresso culturale ci viene in supporto. Ricordate artisti, attori e soprattutto scrittori, del movimento brat pack di fine anni 80? Oggi la critica li osanna, ma certamente l’ingresso nel mondo letterario non fu così ben visto da tradizionalisti e conservatori. Colpa di un linguaggio nuovo, minimalista, triviale, e di una rappresentazione della realtà fastidiosa, proprio perché estremamente tangibile.

American Psycho, Le mille luci di new york… Mai letti?

Due autori, e due libri, su tutti. “American Psycho” di Bret Easton Ellis e “Le mille luci di New York” di Jay McInerney. Manifesti crudi della realtà eighties, così abbagliata dal riverbero ingannevole del benessere. Anni illusori gli ottanta. La riscoperta della finanza, del ruolo egemone di Wall Street, dei tassi folli, del tutti possono farcela. Rincorsa alla ricchezza come mantra di vita, con il rispetto delle regole e degli altri riposto nel cassetto dell’ultimo comodino di casa. Percezione globale, sia chiaro, non prettamente americana. Si pensi alla Milano da Bere, agli anni rampanti del potere PSI, dove l’immagine “alla moda” era il solo necessario per aprire qualsiasi chiavistello sociale. Il sentiment degli anni 80 questo era: corsa all’oro, immagine, prevaricazione, impoverimento del confronto sociale, assenza di scrupoli, volgarità.

Affiancamento azzardato? Provate a ricordare la sequela di personaggi introdotti da Bret Easton Ellis in “American Psycho”. Punto di partenza le griffe, i marchi. Come se fossero elemento imprescindibile per inquadrare le loro vite e la loro personalità: la necessità di esistere per mostrare il brand, o viceversa. Oggi stupisce, ma in fin dei conti nemmeno troppo, l’inserimento metodico di griffe all’interno dei testi trap, come se fosse una prova di autodeterminazione nel mondo, un segno distintivo e allo stesso tempo un atto di auto-inquadramento nell’etere.  Esempio? “Dark gang, gang bang/ Sick Luke sul beatbreak / Sportswear, Air Max / Comfort, Calvin Klein / Tryhard, football / Supreme come come uno skater/ Pistola come un ranger / Rockstar come Elvis Presley”, rappa la Dark Polo Gang.

Capitalism: Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico

I nostalgici dei sixties woodstockiani se ne facciano una ragione: arricchirsi non è più un reato, anzi, un pregio. Il capitalismo non è più il nemico, anzi, è la formula sacra, la mission. E un tale processo di evangelizzazione della ricchezza deve abbinarsi ad un linguaggio spot, immediato e ficcante. Cosa sono i verbi, le rime, la sintassi? Nulla, per arrivare al cuore dei ragazzi bastano tre parole giuste, senza virtuosismi o metafore di alta poetica. Con libero sdoganamento di volgarità e sfumature misogine. Come il brat pack per altro, manipolo di scrittori dal pedigree televisivo e pubblicitario. “Le mille luci di New York” è stato scritto da Jan McInerney completamente in seconda persona e completamente al presente singolare. Scrittura spiccia, per giungere rapidamente al punto.

La droga, da contorno è diventata ingrediente centrale della narrazione. Così come succedeva nella letteratura Brat Pack

Che poi il punto a cui si vuol arrivare è sempre quello: apparire. Apparire perché forse si è finiti nel dimenticatoio della società, del nucleo famigliare, delle amicizie. Per emergere l’unica strada porta a mettersi in mostra, a giustificare la propria presenza nel mondo esibendo i soldi, i collanoni, le ultime sneakers “Vulcanized” alla moda. Chiaro, di conseguenza, che il denaro, e l’esibizione feticista dello stesso, siano solo l’anticamera all’utilizzo di droga, ostentata e venerata nelle sue più svariate forme, perché in fin dei conti il vuoto interiore è il più facile da riempire artificialmente. Per carità, l’abbinamento tra musica e sostanze stupefacenti non è un aspetto nuovo nel macromondo musicale, forse però per la prima volta ne abbiamo una rappresentazione testuale evidente e senza mezzi termini. Da elemento di contorno si è trasformata in ingrediente centrale della narrazione. Così come succede nelle pagine minimaliste e telegrafate dei protagonisti del brat pack.

Nell’universo web dei detrattori della trap sembra ci si sia appropriati di un vecchio adagio greco per cui “buone musiche generano buoni costumi”. Concezione idealistica e stonata. Per capire la trap, così come qualsiasi altro movimento musicale, bisognerebbe ribaltare l’assioma. “Buoni (o cattivi) costumi generano buone (o cattive) musiche”, perché mai come in questo caso ciò che viene trascritto nei testi è il prodotto di una società imbarbarita e volgare. Gli scrittori del brat pack ne sarebbero fieri. E voi, adesso cosa pensate della trap italiana?

La trap italiana e Bret Easton Ellis sono (quasi) la stessa cosa
Anche un giovane Robert Downey JR nel brat pack (dal film Meno di Zero)

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