Tutti Fenomeni: Recensione di Merce Funebre ascoltato da un trentenne

Influenze synth pop, scorci di trap raffinata e critica sociale. Ecco “Tutti Fenomeni” recensito, sarà il boom dei prossimi mesi?

Spoiler del primo ascolto. “Tutti Fenomeni” non è un gruppo indie, non è una gang trap, non è un collettivo rap. Non è niente di già visto in generale. Ma non è nemmeno qualcosa di completamente nuovo. Mettiamola così, è un melting pot dell’indie con vista Parioli e della trap romana più sofisticata. E poi è il progetto di una sola persona, di nome Giorgio Quarzo. E, a dirla tutta, è anche una bella sorpresa. Detto questo, siete pronti per la recensione di Tutti Fenomeni, ascoltato da un trentenne?

Niccolò Contessa è il regista dell’operazione “Tutti Fenomeni”

Prima di oggi lo avevo già sentito? No. Ne avevo incrociato il nome qualche giorno prima, mentre cercavo notizie su colui che a mio avviso manca come l’acqua all’indie italiano: Niccolò Contessa. Ricerca che mi aveva portato a leggere “Tutti Fenomeni” come la recente produzione firmata Contessa. Stavo ascoltando “Glamour”, il disco forse più sottovalutato de “I Cani”, e avevo appena inserito la track “Storia di un impiegato” nella playlist “Canzoni che parlano del sottoscritto”. Non me ne voglia Faber.

Una figura….anomala

“Storia di un impiegato” è il fil rouge che ha permesso l’attacco di quest’articolo da trentenne doc. Già, perché quando digito “Tutti Fenomeni” su Spotify mi ritrovo l’immagine di questo ragazzino, ricciolo, spettinato, camicia azzurra, cravatta regimental, seduto su una poltrona per ospiti all’interno di un ipotetico ufficio da responsabile del personale. Sul retro un’armadiatura a muro terribilmente anni ’60. Personalmente un tuffo nel passato, anche se la zazzera l’avevo già persa per strada da tempo immemore.

Fatto sta che le premesse di un nuovo personaggio trap mi avevano spinto ad immaginare i due fenotipi classici dei (t)rapper moderni. Da una parte collanoni, tatuaggi, pacchianeria addobbata sul corpo e brand extra-lusso portati con cattivo gusto, dall’altra tute sobrie, ambienti grigi e sguardi incazzati. Niente di tutto ciò, “Tutti fenomeni” porta l’immagine di un apparentemente bravo ragazzo, uno di quelli che poi nei salotti poveri delle residenze universitarie lo trovi ribaltato sera sì, sera no. Eppure ha personalità, o meglio un non so che di distintivo che lo porta ad essere piacevole alla vista. Ora però c’è da giudicare l’ascolto. Spoiler? La recensione di Tutti fenomeni, ascoltato da un trentenne si soffermerà su tutto l’album “merce funebre”.


“Merce Funebre”, il disco d’esordio

Vista la gradevole sorpresa morfologica abbandono la mia regola dei 5 ascolti delle tracks più quotate su Spotify. Solitamente la utilizzo per tagliar corto e terminare certi scempi prima di finire per apprezzarli. Stavolta no. Mi piace il tipo, mi piace il titolo dell’album (“Merce Funebre”), mi piace che ci sia Contessa a lavorare nel sottobosco. L’inizio, intitolandosi “Marcia Funebre” è, e allo stesso tempo non è, la title-track. Si tratta di una versione gotica e strampalata della ben più famosa opera di Chopin. La conferma che non si tratta di un giovanotto qualunque.


Critica sociale e parallelismi con “I Cani”

Parte “Valori Aggiunti”. Niente da dire, la produzione ha quello stampo che mi potevo aspettare solo dal moniker de “I Cani”. La voce non è nulla di che, sia chiaro, spesso lavorata, ma non è sicuramente l’elemento centrale della trattazione. Ciò che pare chiaro al primo ascolto è la bontà dei testi. Scanzonati, ironici, autodistruttivi, socialmente indagatori. “Voglio vivere solo i giorni lunghi / E comunicare solo con i gerundi”.  Il ritmo ricalca il synth-pop di qualche anno fa, più parlato che cantato, ma di chiara influenza Contessiana. Influenza tale che l’intermezzo “I politici morti vanno ai droga party / Demoni alla porta baby facci entrare / I politici vivi nei paesi civili / nei paesi civili i politici vivi” ricorda fin troppo “Velleità”, anno di grazia 2011.


Influenze New Wave?

Con “Metabolismo” si rallenta il beat, richiamando “Aurora”, ma l’impatto testuale resta di ottimo livello. Si passa poi alla ballata per italiani tristi, anzi tristissimi, “Mogol”. Parallelismo eccentrico, almeno immagino, tra il premio Leopardi assegnato all’attuale presidente della SIAE (“l’infinito non l’ha scritto Mogol”) e la débâcle culturale italiana (“dal punto di vista culturale almeno l’Italia è già fallita”). Con “Reykjavik”, “Diabolik” e “Filosofia” si torna al synth pop di inizio disco: drum machine e sequencer a rotazione e leggere influenze italo – new wave. Mi darete del matto, ma io ci rivedo il Garbo di “A Berlino…va bene”. Giusto perché la storia un po’ ci tormenta.


“Tutti Fenomeni”: chi è e cosa non è

Sto arrivando alla fine del disco assolutamente soddisfatto del lavoro di “Tutti Fenomeni”, rinfrancato soprattutto dal fatto che è qualcosa di difficile classificazione ma di cui sicuramente ne sentivamo il bisogno. LA recensione di Tutti Fenomeni e dell’album “Merce Funebre” insomma, sta andando alla grande! E piacevolmente mi rendo conto che le ultime 3 tracce forse sono tra le più riuscite dell’album. “Marcel” sceglie un beat pesante e riesuma fantasmi di Proust e Byrne in una società in cui i turisti “hanno tutti una cosa in comune / non parlano la lingua del paese in questione”. Decadimento culturale di una generazione senza punti di riferimenti che riappare in “Qualcuno che si esplode”, traccia bella veloce che vedrei bene nel mio Discolabirinto (Spot Promozionale?). Chiude “Trauermarsch”, marcia funebre teutonica (con tanto di “Rondò alla turca” di Mozart che imperversa in slap) che tenta di incasellare i personaggi storici in due schieramenti: pop e rock. L’ennesimo tentativo di catalogare qualcosa che non appartiene a nessun genere, qualcosa che, a prescindere, non è.

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